Mission


Introduzione

La condizione anziana odierna non trova più – a differenza del paradigma tradizionale e consolidato – una combinazione perfetta tra la prospettiva ontologica e quella biologica, poiché la vecchiaia non è più analizzabile e definibile in relazione al mero presupposto fisio-biologico. Riconoscendo l’anacronistica e riduttiva misurazione di deficit intellettivi e decadimenti cognitivi, il benessere dell’anziano di oggi si confronta e si condiziona con l’intero sistema in cui è inserito ed elementi psicologici, sociologici, relazionali e culturali interagiscono con lo stato di salute della persona inteso – come da indicazioni dell’OMS – quale benessere fisico, mentale e sociale e non come la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità. Infatti secondo la Carta di Ottawa per la Promozione della salute, la salute è un concetto positivo che valorizza le risorse personali e sociali, come pure le capacità fisiche e si raggiunge allorché gli individui sviluppano e mobilitano al meglio le proprie risorse, in modo da soddisfare prerogative sia personali (fisiche e mentali), sia esterne (sociali e materiali). Salute e vecchiaia non sono pertanto condizioni che si escludono a vicenda, bensì punti terminali di una comune continuità. Nella ricerca dell’adattamento perfetto e continuo di un organismo al suo ambiente (Wylie) la salute è dunque da considerarsi quale condizione dinamica di equilibro fondata sulla capacità del soggetto di interagire con l’ambiente in modo positivo, pur nel continuo modificarsi della realtà circostante. L’ambiente circostante che si fonde in un caldo abbraccio con i cosiddetti luoghi dell’anima nei quali il proprio sé entra in relazione – o come direbbe James Hillmann “fa anima” – con l’anima mundi. Siano pertanto luoghi reali o simbolici, attraversati, esplorati, sognati, vicino o lontani, virtuali o metaforici, i ricordi e le rappresentazioni intensamente evocate si intrecciano con le diverse stagioni biografiche tracciando i contorni e il perimetro degli atlanti individuali. L’atlante individuale dell’anziano rappresenta dunque il suo ambiente interno ed esterno, come percepito e vissuto nelle diverse fasi della sua vita. Si rappresenta dunque sempre più marcatamente l’infondatezza del paradigma che vedeva l’anziano come un individuo in preda ad una progressiva e inesorabile disfatta psichica, fisica e cognitiva in grado di compromettere e annientare la sua vita individuale, sociale, relazionale e affettiva. Il motto di Terenzio “Senectus ipsa morbus” rivela dunque oggi i segni del tempo e tra le rughe di una locuzione ormai desueta prende vita una nuova concezione della senilità fondata sul relativismo dell’invecchiamento. Secondo John Eccles la vecchiaia è un concetto relativo in funzione delle caratteristiche che la contraddistinguono e, poiché rallentamento e diminuzione delle capacità intellettuali sono processi che avanzano con la senescenza, risulta praticamente impossibile definire un’età tipica del suo apparire. L’impossibilità di attribuire alla vecchiaia uno start up definito e omologato ha progressivamente intaccato e depauperato gli stereotipi dimoranti nella coscienza collettiva. Si impoverisce lo stereotipo dell’ammirazione per quella “ormai persa” saggezza senile, cosi come l’invidia per un’età che ormai l’innalzamento della vita media ha reso meno straordinaria e rara rispetto al passato. Il nuovo assetto del welfare rimodella anche lo stereotipo dell’atrocità di una vecchiaia, paragonabile per disfatta all’immagine di una casa in rovina, la cui miseria lascia adire ad una liberatoria morte precoce, come marcato dal detto “muor giovane chi agli dei è caro”, tema riproposto altresì da un giovane Leopardi che spera di “non dover mai varcare la detestata soglia della vecchiezza”. La demografia e la modernità hanno giocato da protagoniste nella destrutturazione della piramide demografica che per millenni ha rappresentato il rapporto fra le generazioni e lo stesso linguaggio ha faticato ad adattarsi al rapido e continuo cambiamento demografico. Ciò si veda in termini quali “agès” seguiti dai “tres agès”, “young old”(65-75enni) e “oldest old” (over 75enni) che confermano l’acuta osservazione di Norberto Bobbio per il quale “nulla prova la novità del fenomeno meglio che il constatare la mancanza di una parola per designarlo”. Viviamo in una fase di passaggio, spettatori di un processo, quello dell’invecchiamento della popolazione, che è destinato a cambiare la società in cui viviamo. Un cambiamento più profondo di quanto si sia in genere portati a credere, certamente più rapido della nostra capacità di metabolizzarlo e di adattarvici con successo. Si tratta di un fenomeno di dimensione globale, di cui l’Italia è capofila: il nostro è divenuto un ‘paese per vecchi’ nel quale essere ricchi di età è diventata la norma. Si tratta di un processo di cui si deve prendere atto, nella misura in cui è divenuto sostanzialmente irreversibile: le persone vivono progressivamente più a lungo e sono decisamente meno prolifiche rispetto al passato. Visto più da vicino, il mondo degli anziani pare scomporsi ed impedire una reductio ad unitatema livello di vera e propria categoria, trattandosi di un fenomeno multiforme e graduabile. La stessa fragilità, che rende l’anziano un soggetto ontologicamente debole, è concetto geriatrico di difficile trasposizione in campo giuridico. In questo senso, la tradizionale definizione di popolazione anziana basata sul parametro dell’età individua, come persone anziane, coloro che hanno 65 anni, risulta abbastanza restrittiva, dato che lo scorrere del tempo non ha lo stesso effetto su ogni individuo e su questo tema è ancora aperto il dibattito per la ricerca di proposte per la definizione di “anziano”. Nel frattempo la segmentazione degli oltre 65enni in ulteriori fasce d’età, quella ultra74enne (o della “quarta età”) e quella ultra80enne (grandi vecchi) permette di percepire meglio i problemi ma anche le potenzialità che l’invecchiamento demografico pone alla società moderna, considerato che gli anziani rappresentano una sottopopolazione complessa ed eterogenea. Sarà quindi necessario considerare il fenomeno ‘anziani’, tenendo conto della sua complessità che si riversa anche sul piano giuridico. Quali sono i diritti dell’anziano? Soccorrono in tal senso i principi costituzionali che valgono per tutti i cittadini: in particolare gli artt. 2 e 3 Cost. che tutelano i diritti fondamentali dell’individuo come singolo e nelle formazioni sociali in cui si svolge la personalità ed impegnano la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico-sociale che impediscono di fatto lo svolgimento della personalità. Si tratta, allora, dei diritti che attengono in una parola alla dignità della persona e che devono essere garantiti e resi fruibili in particolare ai soggetti deboli, come gli anziani non autosufficienti, i quali, non essendo in grado di esercitarli da sé, necessitano di un intervento, non soltanto giuridico, ma anche economico-sociale per essere reintegrati nel loro status di cittadini. La persona anziana, inoltre, in ragione della sua fragilità fisica, così come della (possibile) dipendenza dall’impegno familiare o sociale prestato da terzi, può ritenersi destinataria di una tutela particolarmente incisiva da parte della nostra Carta costituzionale. Così, ai sensi dell’art. 32 Cost., che individua nella salute un diritto supremo ed inviolabile (pretesa di contenuto negativo a che i pubblici poteri ed i consociati non vengano a turbare la sfera di interessi riservata al godimento del titolare del diritto) ed un diritto a prestazioni per la tutela della salute (pretesa di contenuto positivo a che lo Stato intervenga direttamente a tutelare il bene-salute, apprestando le risorse necessarie per l’erogazione dei relativi servizi). O ancora dell’art. 38 Cost. che ha introdotto nell’ordinamento costituzionale una concezione più ampia della sicurezza sociale, quale compito della collettività diretto alla liberazione dal bisogno di tutti i cittadini, assicurando al cittadino i mezzi adeguati per affrontare anche l’ultima fase della propria vita. La posizione dell’anziano esprime delle istanze fondamentali di varia natura (bisogni attinenti alla salute, alla dignità, alla libertà di espressione, alla sicurezza…), che non si possono conchiudere tra i soli diritti costituzionalmente riconosciuti: in questo senso appare significativa la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che colloca il tema dei diritti degli anziani nel capo dedicato all’uguaglianza. Ciò apre le porte ad una considerazione dei diritti degli anziani volta a promuovere la consapevolezza che se la società è fatta di persone, la cura delle persone non può non essere una delle direttrici fondamentali dello sviluppo (umano) della società stessa.


Manifesto

L’anziano è, di fatto, nella società contemporanea come un equilibrista che volteggia su un filo appeso a grande altezza, muovendosi con delicatezza nel vuoto delle sicurezze fisiche, delle doti economiche, delle relazioni e degli affetti che via via si rarefanno. Il momento in cui il processo di invecchiamento trasforma un individuo adulto in un anziano non è stabilito soltanto da convenzioni sociali, ma è legato sovente all’insorgere di una malattia, alla perdita dell’autosufficienza, alla solitudine e alla discriminazione da parte di una società ove emergono processi di forte individualizzazione, che tendono a nascondere la debolezza, illudendosi in tal modo di poterla negare. Pensare quindi alla condizione dell’anziano unicamente in termini di costi economici – della società, delle famiglie, dei diretti interessati – costituisce un impoverimento non solo della (rappresentazione della) vita delle persone, delle famiglie e delle comunità in cui questi vivono, ma nasconde e quindi nega il loro essere risorsa per sé e per gli altri. Se interpretiamo il diritto dal punto di vista progettuale, paradossalmente le debolezze che la condizione anziana porta con sé sono anche una condizione della sua trasformabilità, ovvero della possibilità di poter formulare progetti in grado di orientare e modificare la vita delle persone. In tal senso il progetto di diritto che interpella gli anziani è riassunto nell’idea di autonomia, cioè nella libertà di poter costruire/realizzare un proprio progetto di vita – lungo tutto l’arco dell’esistenza –, nella doppia accezione di potere e controllo dell’individuo sulle sue scelte, sulle motivazioni e sui valori che ispirano tali scelte. Autonomia che non si contrappone alla dipendenza, che è condizione esistenziale irriducibile in determinate fasi della vita, ma diviene strumento di controllo essenziale nel contesto delle funzioni dell’accompagnamento, in quanto ha il fine di mettere l’altro nelle condizioni di provvedere da sé ai propri bisogni, rendendolo capace sia di azioni cognitive, come individuare e stabilire criteri di priorità, sia di azioni concrete per soddisfare bisogni e realizzare obiettivi. Se promuovere il diritto come autonomia significa non accettare più la riduzione (o reificazione) delle persone anziane come carichi assistenziali, o come costo, o come tariffa ricevuta in cambio di una prestazione, allora è necessario ripensare le logiche con cui si costruiscono i sistemi di offerta delle prestazioni socio-assistenziali, il rapporto tra questi e le domande/bisogni, nonché con gli operatori che esercitano la funzione di regolazione (Stato, Regioni, Comuni), considerando primariamente che il rapporto assistenziale è basato su prestazioni che presuppongono e veicolano relazioni. È solo nella concretezza dei rapporti che strutturano i legami sociali e nelle forme di relazione che tra le persone che emerge il rapporto virtuoso tra autonomia e dipendenza, quali aspetti della cura, nella misura in cui la solidarietà familiare o di gruppo, l’azione disinteressata del volontariato, la logica mutualistica del care preesistono all’ordinamento, rappresentando risorse essenziali per la tenuta stessa del tessuto sociale. Non c’è quindi welfare senza diritti, purché ai diritti sia dato modo di esprimere tutte le loro potenzialità, consentendo ai servizi di praticare un approccio sperimentale, al contempo critico e creativo, tale da garantire: a) la ricerca, come modalità di procedere nei servizi sociali e sanitari, condizione per fornire le risposte che rendono effettivi i diritti per le persone in relazione ai loro concreti bisogni necessariamente da personalizzare. b) il diritto alla costituzione di servizi che si fondino su analisi empiriche e attraverso il coinvolgimento delle parti interessate quali stakeholder privilegiati di un processo di costituzione delle politiche sociali e sanitarie effettivamente in grado di rispondere a bisogni attuali e concreti. In tal senso l’integrazione delle politiche di welfare che vengono attivate sono precondizione della effettività dei diritti e del riconoscimento delle soggettività. In questo contesto deve essere garantita all’anziano la soddisfazione in primo luogo dei bisogni di ordine fisiologico (bere, mangiare, dormire) ovvero i bisogni, cd. “omeostatici”, che consentono di mantenere un equilibrio di ordine fisiologico essenziale, per soddisfare i quali l’individuo è disposto a qualsiasi cosa e che d’altra parte devono essere assolutamente assicurati. In una scala ascendente segue la necessità di far fronte ai bisogni di sicurezza connessi all’esigenza di assicurarsi anche per il futuro il soddisfacimento dei bisogni essenziali e che sono strettamente legati all’ambiente in cui si vive ed alle condizioni di mantenimento di un determinato livello di vita. Bisogni che per l’anziano possono trovare espressione nel diritto ad un reddito per il mantenimento di condizioni di vita dignitose. Diritto ad un reddito per il mantenimento di condizioni di vita dignitose Quella degli anziani è la categoria di cittadini che maggiormente sta avvertendo gli effetti della crisi e delle manovre economiche, costretti ad “inverni al minimo” per poter sopravvivere con 500 euro di pensione al mese, in un paese in cui la diseguaglianza e l’evasione fiscale sono giunti a livelli macroscopici e inaccettabili. Iniziano a verificarsi casi di malnutrizione tra la popolazione anziana e di calo dei consumi farmaceutici, gli anziani si curano di meno in relazione all’aumento dei ticket sanitari. A tutto ciò si unisca l’abbattimento dei servizi sociali erogati dai comuni a causa della riduzione e talvolta dell’azzeramento dei fondi (nazionali e regionali) destinati alle politiche sociali. Anziani che danno di più e ricevono di meno.


Diritto alla gestione dei propri beni

Diritto a poter godere dei propri beni durante la vecchiaia e di non essere oggetto di vessazioni, pressioni o condizionamenti di sorta che possano intaccare il diritto a godere delle proprie risorse economiche. Diritto ad avere una protezione giuridica nell’amministrazione dei propri interessi qualora condizioni fisiche o psichiche, temporanee o permanenti possano impedire o rendere difficoltosa la gestione autonoma. Sostegno tramite l’assistenza di care giver Vengono quindi i bisogni di relazione e d’affetto ovvero di rapportarsi con gli altri in termini di convivenza. Diritto a vivere nel proprio ambiente familiare Desiderio di ogni anziano è quello di rimanere nel suo ambiente di vita, nella propria casa, nel suo quartiere. L’istituzionalizzazione viene vissuta come una condanna all’isolamento, una segregazione di ciò che ormai è divenuto socialmente inutile. A tutela della personalità dell’anziano e del suo diritto all’autodeterminazione, le leggi nazionali e regionali di riordino e riorganizzazione delle politiche sociali e sanitarie si muovo nell’orientamento del favorire il mantenimento del domicilio dell’anziano (LN 328/2000) attraverso la promozione di interventi di supporto all’anziano stesso e ai suoi care givers (vouchers sociali, assegni di cura…). Diritto di frequentare i nipoti Ovvero il diritto all’affetto, agli abbracci, ai sorrisi, alla condivisione della crescita, del cambiamento, delle novità, delle gioie quotidiane della vita. Diritto a ricoprire un nuovo ruolo nel proprio arco esistenziale, inedito, puro, unico, vestito di tenerezze, diritto a sentirsi chiamare nonno, a viziare, coccolare, amare. Un problema che si manifesta sempre più frequentemente nella società odierna dove la famiglia patriarcale allargata non esiste più e nella quale le separazioni tra i coniugi possono anche intaccare la relazione tra nonni e nipoti. Diritto all’amministrazione di sostegno Diritto ad avere un angelo custode, un aiuto discreto, ponderato, che cammini al tuo fianco, non dietro, non davanti. Diritto a trovare la mano che arriva laddove la tua non riesce a tendersi. Diritto a vedere riconosciuti i tuoi diritti umani, di cittadinanza, sociali attraverso strumenti moderni, flessibili, calati su di te come un vero abito modellato sulla singola persona. Diritto ad un amministratore di sostegno presente, sensibile, prossimo alla tua vita, ai tuoi bisogni, paziente, attento, disponibile all’ascolto, non dispotico, affettuoso, interessato. Diritto a scegliere, all’autodeterminazione in un percorso di sostegno promozionale dove la carta da pagare in cambio del non abbandono non sia la mortificazione. Diritto agli strumenti che facilitano il mantenimento del contatto sociale (apparecchi acustici, di deambulazione…) Favorire la relazione dell’anziano con il mondo circostante anche attraverso strumenti e ausili che favoriscono la comunicazione e gli scambi, fluidifica e rende agibile forme di cittadinanza attiva migliorando la capacità di affrontare piccoli e grandi problemi giornalieri ed eventualmente partecipando alla qualificazione degli interventi pubblici. Diritto al mantenimento attivo dell’anziano nel suo contesto di vita anche attraverso il supporto dei servizi pubblici e del terzo settore Occorre, per precostituire le condizioni atte a soddisfare tali diritti, allargare la modellazione del tempo a una riprogettazione del corso della vita che crei delle ‘pieghe temporali’ ingrado di mantenere in contatto le generazioni. Al contempo un adeguato ripensamento degli spazi urbani potrebbe contribuire al radicamento delle persone, producendo nicchie per consentire la creazione di legami, in grado di frenare il fenomeno di sfaldamento sociale che porta spesso all’isolamento e all’emarginazione della popolazione anziana. Soddisfatti anche tali esigenze si manifestano le necessità di riconoscimento personale e di stima nonché, ad un livello superiore, di autorealizzazione che comunque, in quella determinata situazione, rendono la vita degna di essere vissuta. Diritto al rispetto dell’identità personale, anche nei luoghi di cura e residenzialità Diritto a non diventare un numero, l’occupante di quella camera in quella corsia, il vicino di letto. Diritto a mantenere il proprio nome, titolo, il proprio ruolo sociale, la propria dignità, il proprio stile di vita, la propria personalità, il proprio modo di essere, i propri valori anche nei luoghi di cura, nelle strutture residenziali, negli ambienti comunitari di assistenza e cura. Diritto a continuare a leggere il giornale, bere un bicchiere di Lambrusco, essere chiamato avvocato e non “nonno Carlo”. Diritto all’accesso all’istruzione/formazione permanente Diritto degli anziani alla formazione e all’aggiornamento, anche allo scopo di ridurre il digital divide generazionale, ovvero la difficoltà da parte degli anziani di accedere e utilizzare le nuove tecnologie e in particolare internet per contrastare fenomeni di esclusione e isolamento sociale molto più elevati nel nostro paese rispetto ad altri paesi europei. Diritto al consenso informato Diritto a disporre della propria salute nella piena applicazione del principio di autodeterminazione, quale libertà individuale che si manifesta anche attraverso la libertà di una soggettiva interpretazione dello star bene. Diritto ad essere giuridicamente rappresentato nell’espressione del consenso informato, laddove un impedimento fisico o psichico, temporaneo o permanente, limitino l’espressione della propria individualità valoriale. Diritto all’inviolabilità fisica quale nucleo essenziale della libertà personale e del diritto fondamentale dell’essere umano. Diritto ad una morte dignitosa Il rispetto di tali diritti consentirà di contenere l’accrescimento degli indici di cura, garantendo un invecchiamento sano: ciò potrà essere assicurato disinnescando il meccanismo di perdita di autonomia dell’anziano attraverso l’accrescimento delle risorse relazionali e di identità che lo tengono aggrappato alla vita quotidiana oppure allargando la piattaforma del supporto sociale attraverso l’affiancamento al caregiver di altri attori istituzionali o sociali. Inoltre il mantenimento di una condizione funzionale dell’anziano va inoltre sostenuto con misure destinate a promuovere la salute e a prevenire le malattie lungo tutto l’arco della vita intervenendo sulle principali problematiche fra cui la malnutrizione, l’attività fisica, il consumo di alcol, droghe e tabacco, i rischi ambientali, gli incidenti stradali e quelli domestici. Si tratta quindi di realizzare un salto di qualità (e di risorse da investire) nella definizione delle politiche per la popolazione anziana: non solo residenze sanitarie assistite, non solo erogazioni monetarie in surroga ai servizi, ma soprattutto interventi per un più adeguato radicamento sociale delle persone anziane. Non è più possibile accollare alle famiglie il carico di ricucitura di crepe nell’integrazione sociale, nella misura in cui, per fronteggiare il disagio emarginante, il soggetto pubblico deve riattivare una robusta funzione di normazione, sforzandosi di organizzare la scansione dei luoghi, degli spazi, dei tempi e dei soggetti, in modo da ottimizzare la capacità delle relazioni primarie e secondarie. Anziano autosufficiente: invecchiamento attivo, anno europeo invecchiamento attivo (2012) L’anziano autosufficiente non costituisce particolari problemi e il suo benessere è garantito dalla possibilità di conservare interessi lavorativi, relazioni intergenerazionali, rapporti famigliari e affettivi, discostandosi da preconfezionati modelli di vecchiaia. Di norma la donna anziana sopravvive più a lungo dell’uomo anziano del quale con il tempo diviene care giver. La vita della donna anziana si punteggia frequentemente da elementi caratterizzanti comuni come la solitudine, la vedovanza, le scarse risorse economiche, un lungo periodo di disabilità, la depressione. Ma sempre più prende piede anche un altro modello di terza età, più ufficiosa, meno riconoscibile, quasi senza tempo, che è quella delle donne e degli uomini che in crisi di identificazione trovano nella chirurgia estetica e nell’attenzione spasmodica al proprio corpo il loro nuovo punto di equilibrio. Sotto i colpi di un bisturi o le punture del botox si cancellano i segni del tempo e con essi il vissuto rappresentato della persona. Resta attuale il suggerimento di Ugo Ojetti per cui “saper invecchiare significa saper trovare un accordo decente tra il tuo volto di vecchio e il tuo cuore e cervello di giovane”. Anziano non autosufficiente : dipendenza e qualità di vita, integrità e non maleficenza La qualità della vita può essere misurata sia sul versante soggettivo (benessere soggettivo derivante dall’adattamento alle situazioni concrete) sia sul versante oggettivo (misurazione attraverso scale di indici che esplorano la dimensione assoluta e relativa della soddisfazione della persona rispetto alla sua situazione attuale in differenti ambiti). Molto più complessa è la definizione di qualità di vita in soggetti la cui demenza non consente l’espressione del proprio consenso. Parere diffuso nelle scienze sociali e psicologiche è quello di aggiungere qualità agli anni residui, piuttosto che aggiungere anni ad una vita di ridotta qualità. A tal fine importante diviene la non maleficienza verso l’anziano ovvero il non contenimento fisico o farmacologico, laddove non ne sussista un più che giustificato motivo. Altrettanto vale per il divieto di isolamento. Diritto alla dignità umana “Non ho fame, l’unica cosa che mangerei è un vasetto di yogurt, ma non riesco ad aprirlo, quindi lascio perdere”. “Non far caso a quei lividi, non ha equilibrio e spesso sbatte contro i mobili”. “lo so che non dovrei dargli dei soldi, ma almeno so che viene e io mi sento meno solo”. Quando un anziano perde o vive in misura ridotta la propria autonomia è più vulnerabile. La conoscenza dei propri diritti gli permette di riconoscere il volto della violenza, degli abusi, delle minacce, delle discriminazioni e fornisce strumenti utili per fronteggiarli e pretendere il rispetto della propria dignità. Diritto alla riabilitazione Da intendersi non tanto e non solo come l’insieme di azioni volte a restituire tono e vigorosità a muscolature e articolazioni decadenti e/o compromesse, quanto quell’insieme di azioni volte a restituire alla persona uno stato funzionale di interazione con il suo ambiente. In tale prospettiva la riabilitazione si veste di contenuti etici e non solo fisioterapici il cui scopo sarà quello di superare le barriere fisiche tanto quanto quelle psicologiche. Diritto al volontariato In un sistema di welfare delle responsabilità dove i soggetti coinvolti sono sempre più intrisi del principio di sussidiarietà dal basso il volontariato diviene espressione di buone pratiche il cui significato morale è benevolo e ristoratore sia per chi lo fa che per chi lo riceve. Lo sviluppo di associazioni di volontariato è dunque propositivo di azioni volte a favore di persone anziane sia non autosufficienti che autosufficienti ma sole poiché prive di una rete famigliare o sociale di supporto. Le azioni richieste potranno dunque realizzarsi anche con semplici momenti di compagnia e condivisione di un te , di una lettura o di un vecchio film da rivedere insieme destreggiandosi nel labirinto delle nuove incomprensibili tecnologie. La congiura del silenzio (Simone De Beauvoir ‘La Viellesse’): riconoscimento autentico della vecchiaia Simon De Beauvoir con il suo libro “La Vieillesse” ha rotto la congiura del silenzio sulla vecchiaia, avviando il riconoscimento del processo di invecchiamento quale condizione autentica della vita di ogni individuo, precondizione necessaria all’effettiva appartenenza dell’essere. “Di tutte le realtà, la vecchiaia è forse quella di cui conserviamo più a lungo nella vita una nozione puramente astratta” – Proust. “Tutti gli uomini sono mortali, questo lo ammettono. Ma che molti divengano dei vecchi, quasi nessuno pensa in anticipi a questa metamorfosi” – Simonr De Beauvoir, La Viellesse. L’età si impadronisce di noi all’improvviso (Goethe): sorpresa, smarrimento, impreparazione. La scoperta della vecchiaia avviene all’improvviso, quando ormai si è impadronita di noi, lasciandoci disorientati e smarriti e infiammando in noi un quesito “sarò ancora me stesso?” La vecchiaia appare più chiaramente agli altri che a noi stessi e il parallelismo tra la scoperta e l’accettazione del nuovo essere pervade e trabocca l’animo. La crisi di identificazione Come l’adolescente che si rende conto di attraversare un periodo di transizione legato agli imbarazzanti cambiamenti del suo corpo, allo stesso modo l’individuo anziano si sente vecchio attraverso gli altri. Non avverte importanti mutazioni, ma il condizionamento collettivo conduce a cedere arrendevolmente al punto di vista altrui. Si crea una discrepanza tra il proprio essere interiore e l’esperienza esteriore, rendendo difficile l’accettazione dell’etichetta attribuita e avviando una crisi di identificazione che porta l’anziano a non sapere più chi realmente è. Dalla cura all’aver cura al self care L’anzianità fa parte delle tante fasi di “normalità” della vita di un individuo. Eppure tendenza leggibile nei modelli culturali occidentali a mascherare la malattia attraverso la vecchiaia e siccome la malattia può essere curata è legittimo sperare di guarire. Il fallimento di tale processo è di conseguenza attribuibile alla imperfetta scienza medica e non alla vecchiaia. Secondo Daniel Callahan “La ricerca del senso e la ricerca della salute non camminano mano nella mano”. Il nostro sistema sanitario è orientato verso la cura (cure) anziché verso l’aver cura (care), traslazione che richiederebbe una vera e propria rivoluzione, spostando l’attenzione, da un sistema diretto ad estendere la durata della vita, ad un sistema volto a stanare l’equilibrio migliore tra la medicina curativa, tecnologica e aggressiva e il paziente lavoro del prendersi cura. L’invecchiamento, dunque, chiede di essere riconosciuto non tanto e non solo nei dibattiti bioetici sull’eutanasia e il consenso informato, ma anche e soprattutto nel più ampio quadro della bioetica del caring dove il focus centrale è rappresentato dalla difesa dei diritti dei soggetti più deboli. Da alcuni anni ormai l’orientamento delle politiche socio sanitarie è quello di valorizzare il self care, ovvero quel percorso di formazione permanente che consente all’anziano di valorizzare le proprie risorse personali, familiari, sociali per ricorrere meno e il più in là possibile al sistema di cure socio sanitarie che avvierebbe la medicalizzazione della vecchiaia. Bilancio di competenze dell’anziano Anzianità è maggior incidenza di malattie, declino cognitivo, decadimento fisico, ma è anche risorse intellettuali, emotive, conoscenza. Anzianità è definire nuovi confini e nuove prospettive. Comunemente nell’attuale sistema di welfare si tende a misurare l’incidenza della vecchiaia sulla vita di una persona attraverso il suo livello di dipendenza, ovvero cosa è in grado di fare autonomamente per sé e per il suo benessere, calcolando matematicamente il valore attribuibile alla sua salute, alla sua capacità di affrontare i problemi, alla possibilità di attingere alle comuni risorse del sistema socio sanitario e alla consistenza della sua rete sociale in un’ottica di efficacia ed efficienza del sistema socio sanitario e di promozione dell’active aging. Comunicazione intergenerazionale Intesa quale scambio di significati appropriati alle diverse fasi della vita e ricerca di un significato valoriale condiviso tra i vari tempi dell’esistenza. Attraverso un’analisi antropologica e storica che faccia riemergere la trama dei significati simbolici connessi alla figura dell’anziano, si può stimolare un produttivo rapporto tra le generazioni che interconnetta il mondo odierno con quello passato. Attraverso il concetto di “generatività” di Erik H. Erikson si rappresenta la caratteristica dell’età adulta di prendersi cura delle generazioni successive, assumendo su di sé il compito generazionale di infondere forza ai postumi. Attraverso la costituzione di forti legami con la vita e tra le vite si supera l’egocentrismo e, uscendo dal cerchio del presente, ci si proietta nel futuro. Spiritualità e religiosità nella senescenza Elementi immateriali che giocano un ruolo fondamentale nella materialità della vita quotidiana poiché aprono lo sguardo sulla natura esistenziale della vita degli anziani nella quale si rappresentano la qualità della vita, la soddisfazione della propria esistenza, la percezione del tempo, la percezione di sé stessi, l’accettazione dei problemi e delle eventuali limitazioni. Inoltre la sfera spirituale raggiunge la più elevata consapevolezza nell’età anziana, dove la necessità di rassicurazioni sulla vita futura si esprime più marcatamente e in risposta a quella necessità di continuità con il passato, quotidianamente delusa dalla concretezza fisica. L’universo valoriale Nell’anzianità cosi come in qualsiasi tappa della vita umana la dimensione etica e valoriale della scelta assumono una rilevanza nel tentativo di discostamento dalla risposta eudaimonistica ed economica della soddisfazione dei bisogni. I valori morali e spirituali rappresentano l’espressione dell’umanità che richiedono riconoscimento e soddisfazione, in una cultura dove l’essere prevale sul fare e l’animo umano trova strada battuta in tutte le tappe della sua evoluzione. “L’anziano non va verso le caligine, ma verso la pienezza dell’essere personale: la verità sta in fondo al cammino, la verità, la gioia si trovano nella pienezza realizzata”. L’emarginazione I numeri degli anziani emarginati sono sempre più elevati e frequentemente sono oggetto di cronache quotidiane dove l’immagine che emerge altro non è che quelle dell’anziano divenuto socialmente inutile ed emarginato dall’indifferenza. Emarginazione spesso impalpabile perché non eclatante, perché figlia della vedovanza, della perdita dei figli o della famiglia, della povertà sempre più assoluta nella veccchiaia. Fenomeni molto evidenti nelle grandi città metropolitane dove il sistema delle relazioni sociali e di “buon vicinato” si affievolisce fino a dissolversi. Anziani spesso dimenticati in strutture, fantomatici ospizi, oggetto di nevrosi dei famigliari troppo occupati per accorgersi del lento spegnimento che talvolta spinge l’anziano fino al suicidio. Anziani abbandonati nei periodi estivi , incolpati delle loro limitanti incapacità, anziani morti nella solitudine. Il maltrattamento I maltrattamenti degli anziani come la violenza privata (art 610 c.p.), le lesioni personali (artt 582 e 583 c.p.) e l’abbandono di persona incapace (art 591 c.p.) avvengono frequentemente nel silenzio dell’ambiente famigliare dove di norma restando sepolti. Un silenzio aggravato dalla mancanza di denuncia da parte degli anziani che si incistano nella vergogna, nel riserbo, nella speranza che qualcosa possa cambiare, in meglio. Altre forme di maltrattamento più quotidiano, meno rilevabile, più subdolo sono la trascuratezza e il non soddisfacimento di bisogni esistenziali: mangiare, lavarsi, vestirsi adeguatamente, assumere correttamente e adeguatamente terapie farmacologiche, relazionarsi. Rilevante è anche il fenomeno dei maltrattamenti in istituto , crescente e sottovalutato sia dal punto di vista quantitativo che della sua gravità. Negli USA, secondo il National Elder Abuse Incidence Study, almeno un milione e mezzo di anziani subirebbe ogni anno abusi e maltrattamenti. Molto gravi sono poi le forme di maltrattamento nei paesi in via di sviluppo: in Africa le persone anziane, in particolare le donne, vengono additate di portare sfortuna, siccità, malattie e morte e pertanto divengono oggetto inerme di torture, soprusi, violenze e uccisioni. Diritto alle cure di 1°, 2° e 3° grado Diritto ad essere tutti uguali davanti alla malattia e di vedersi riconosciuta la propria specificità derivante dall’età. Diritto ad un trattamento sanitario efficace, efficiente e tempestivo che non ritardi o pecchi nella qualità e nello sforzo in relazione alla propria condizione anagrafica. Diritto a programmi diagnostici e terapeutici adatti alle proprie esigenze. Diritto alla continuità assistenziale e all’accesso a tutti i gradi di cura e assistenza anche quella riabilitativa per favorire il reinserimento dell’anziano nel suo contesto di vita.


Diritto all’autodeterminazione

“Ciò che mi manca è la libertà di scegliere, scegliere quando alzarmi, cosa mangiare a pranzo, cosa indossare, come curarmi…” La carta dei diritti della persona anziana dichiara che “qualora nell’invecchiamento ti trovi a dover dipendere dalla cura degli altri, permane il diritto a fare le tue scelte di vita ed al rispetto della tua volontà. Questo diritto può essere attribuito per tua scelta ad una terza persona competente. Coinvolgere la persona nelle scelte di cura – rispettare le esigenze e i desideri della persona- favorire la sua autonomia- fornire sostegno nel prendere decisioni – far conoscere i suoi diritti.


Diritto alle cure appropriate e di alta qualità

“quando ho bisogno di essere cambiata grido, lei si arrabbia perché non capisce quanto sia umiliante e doloroso per me” La carta dei diritti della persona anziana dichiara che “qualora nell’invecchiamento ti trovi a dover dipendere dall’aiuto e dalla cura di altri, permane il diritto a cure di alta qualità ed a trattamenti adatti ai tuoi personali bisogni e desideri” Sostenere puntualmente la persona – rispettare la sua biografia – fornire personale adeguato, formato e aggiornato- fornire servizi adeguati ai bisogni delle persone – garantire continuità assistenziale – fornire cibo buono, variegato e gustoso – rivalutare i bisogni periodicamente – fornire un supporto e un’alternativa ai care givers -.


Diritto al consenso informato

“Avrei voluto saperlo prima, ora è troppo tardi” È fondamentale comprendere che l’anziano bisognoso di assistenza non è un ricettore passivo e pertanto deve essere coinvolto nei processi riguardanti le decisioni sulla sua assistenza, supportato adeguatamente laddove le condizioni cognitive lo richiedano. Attivare una corretta struttura giuridica a supporto di coloro che ne necessitino per vedere rispettati i propri diritti – fornire spiegazioni chiare e comprensibili all’interessato ed eventualmente ai suoi care giver – facilitare l’accesso ai dati medici personali – fornire informazioni sull’intera gamma di interventi e soluzioni possibili.


Diritto alla libertà di pensiero ed espressione

“Non voglio un prete, perché mi chiama figlio mio?”. La carta dei diritti della persona anziana dichiara che “ qualora nell’invecchiamento ti trovi a dover dipendere dall’aiuto e dalla cura di altri, permane il diritto di vivere secondo le tue convinzioni, credo e valori”. Il retroterra culturale di una persona influenza le sue credenze, i suoi valori il suo modi di vivere, soffrire, morire. In ogni momento l’anziano deve poter beneficiare del rispetto del suo credo e far valere in qualsiasi momento l’espressione del proprio pensiero. Evitare il proselitismo – variegare i luoghi di culto – promuovere la tolleranza e il rispetto –favorire le aggregazioni di persone.


Diritto alle cure palliative e al sostegno

“questa vita ha senso che continui ad essere vissuta?” Il fine vita è regolato da leggi nazionali e talvolta il diritto alla morte si scontra con pratiche mediche ai limiti della dignità umana. Inoltre non sempre vengono adottate misure atte ad alleviare e prevenire il dolore acuto (il caso più frequente è quello delle piaghe da decubito). Le scelte della persona anziana riguardo la sua morte non sempre vengono rispettate. A livello internazionale assistiamo ad una grave carenza normativa circa il diritto alle cure palliative e al controllo del dolore. Regolare a livello normativo le cure palliative – sviluppare le cure palliative con approcci multidisciplinari che curino corpo e anima – coinvolgere assistito e la sua famiglia nelle scelte delle cure palliative – rispettare le esigenze spirituali, valoriale e religiose della persona – favorire, sostenere e rafforzare le dichiarazioni anticipate di trattamento.


Diritto al risarcimento

La carta dei diritti della persona anziana dichiara che “qualora nell’invecchiamento ti trovi a dover dipendere dall’aiuto e dalla cura di altri, permane il diritto al risarcimento in caso di maltrattamenti, abuso o abbandono”. Molte volte gli anziani vittima di maltrattamenti e abusi non vogliono denunciare il fatto per paura di abbandoni, ripercussioni, vergogna sociale. È dovere di chiunque venga a conoscenza di un tale fatto assicurarsi che questi sappia come denunciarli. Combattere formalmente l’abuso sugli anziani – sviluppare risposte individualizzate alle vittime di abuso – fornire sostegno e protezione alle vittime di abuso.


Diritto ad una morte dignitosa

Nell’inevitabile desiderio di preservare la vita umana, non bisogna dimenticarsi che la morte fa parte di essa e il suo esorcismo nulla può dinnanzi alla sua inesorabile e inevitabile venuta. Dignità della vita e della sua conclusione.


Diritto alla libertà di scelta

Diritto a veder rispettate le proprie scelte anche quando subentrano limitazioni fisiche o psichiche che impediscano l’autonoma attivazione delle proprie volontà e aspettative. Diritto ad avere un supporto giuridico che consenta la realizzazione delle proprie aspirazioni e dei propri interessi laddove non in grado di provvedervi autonomamente. Diritto a poter scegliere il proprio luogo di vita, definendo personalmente, laddove sussistano le condizioni cognitive necessarie, i supporti di cui avvalersi per il mantenimento del proprio standard di vita.


Diritto al trasporto

Diritto all’abbattimento delle barriere architettoniche che limitano di fatto la libera circolazione e il libero e autonomo spostamento delle persone anziane. Diritto a poter accedere al trasporto pubblico godendo di agevolazioni derivanti dalla propria condizione economica o sanitaria.