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27/06/2019

Rinchiude un anziano nel fienile: da una segnalazione ai sevizi sociali si giunge alla condanna del reo


L’accertamento dei fatti considerati dal giudice scaturisce dalla comunicazione ai servizi sociali dello stato di abbandono in cui versa la persona offesa (incapace di intendere e di volere) e dalla successiva perquisizione effettuata dall’ufficiale di polizia giudiziaria recatosi sul posto.

L’imputato viene condannato già in primo grado per sequestro di persona (avrebbe rinchiuso la persona offesa all’interno di un casolare in condizioni igieniche precarie) e circonvenzione di incapace (il medesimo soggetto recluso sarebbe stato convinto a delegare una terza persona all’incasso della sua pensione di invalidità).

Nell’impugnazione si deduce l’utilizzo delle dichiarazioni autoindizianti fornite dall’imputato al momento della perquisizione ma la corte adita non ritiene siano state violate le garanzie del soggetto interessato dal giudizio in quanto, come si precisa nella pronuncia, tale divieto non sussiste qualora vi siano fatti storicamente rilevanti o condotte oggettivamente descrivibili che possano essere descritte.

La Corte di cassazione aveva già da tempo, peraltro, affermato che deve ritenersi pienamente legittimo ed utilizzabile la testimonianza del pubblico ufficiale che riferisca sull’esito delle indagini eseguite (cass. pen. 26.11.99 in Guida al diritto 00 f.10, p.87).


SENTENZA
Cass. Penale Sent. Sez. 5 Num. 9720  Anno 2019

RITENUTO IN FATTO
1. E' impugnata la sentenza della Corte di Appello di Caltanissetta che confermava la pronuncia con la quale il tribunale di E. dichiarava omissis colpevole dei reati di cui agli artt. 110,605, 643 cod.pen. - per avere, in concorso con omissis, privato della libertà personale D., persona totalmente incapace di intendere e di volere, chiudendolo a chiave all'interno di un fienile di campagna, impedendogli di uscire e tenendolo in pessime condìzioni igieniche, nonché per avere abusato dello stato di incapacità e dello stato di bisogno del D., inducendolo a delegare la riscossione della pensione di invalidità a omissis - Fatti commessi fino al 30 aprile 2008 - e lo condannava, ritenuta la recidiva specifica e reiterata contestata, e la continuazione tra i reati, alla pena di anni uno e mesi due di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile.
2. Ha proposto ricorso l'imputato con il ministero del difensore, il quale ne ha chiesto l'annullamento articolando tre motivi.
2.1. Denuncia, in primis, ( art. 606 comma 1 lett.C) cod.proc.pen) la violazione degli artt. 62 e ss. cod.proc.pen., poiché i giudici di merito, in entrambi i gradi, avevano posto alla base della decisione le dichiarazioni autoindizianti rese dall'imputato in occasione della perquisizione eseguita all'atto dell'accertamento dei fatti, senza l'assistenza del difensore e senza gli avvertimenti di legge, e avendo omesso la Corte di merito la necessaria prova di resistenza per pervenire alla decisione di condanna.
2.2. Con il secondo motivo, si denuncia violazione di legge e connesso vizio della motivazione ( Art. 606 comma 1 lett. B), C) ed E) cod.proc.pen ) in ordine alla responsabilità del ricorrente non essendo risultato provato, dall'istruttoria dibattimentale, che il omissis avesse condotto il D. presso il casolare nel quale era stato rinvenuto in condizioni di segregazione; d'altro canto, neppure era stata provata la volontà di infliggere alla vittima la restrizione della libertà fisica, o se, invece, non fosse stato necessario adottare mìsure cautelative per evitare l'improvvido, pericoloso, allontanamento dell'anziano. In ordine al capo B), non vi è la prova che il omissis fosse consapevole della delega alla riscossione della pensione rilasciata alla sua compagna.
2.3. Con il terzo motivo lamenta violazione di legge e connesso vizio della motivazione ( art. 606 lett. B) ed E) cod.proc.pen ) in relazione al trattamento sanzìonatorio, con riferimento all'entità della pena, troppo elevata, al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, alla luce delle disagiate condizioni economiche e di vita nelle quali versava lo stesso imputato, e, per altro verso, all'inspiegato riconoscimento della recidiva contestata, soprattutto per l'eccentrità dei precedenti dell'imputato rispetto al fatto de quo.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è inammissibile.
2. Come premesso, il primo motivo del ricorso attinge la sentenza impugnata nella parte in cui i giudici di merito, in entrambi i gradi, avevano posto alla base della decisione le dichiarazioni autoindizianti rese dall'imputato, in occasione della perquisizione eseguita all'atto dell'accertamento dei fatti, senza l'assistenza del difensore e senza gli avvertimenti di legge, essendo stata omessa la necessaria prova di resistenza per pervenire alla decisione di condanna. Le predette dichiarazioni dovevano, dunque, essere considerate inutilizzabili.
2.1. Dalla ricostruzione dei giudici di merito e dalle deposizioni testimoniali assunte durante il dibattimento - accessibili a questa Corte di legittimità in ragione del motivo di ricorso, con cui si denuncia error in procedendo - emerge che, contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso, l' ufficiale di polizia giudiziaria, durate l'esame dibattimentale, ha riferito, non informazioni ricevute dall'imputato, ma meri fatti storici avvenuti sotto la sua diretta percezione. Il maresciallo D., durante l'esame dibattimentale, ha, infatti, dichiarato di essere stato condotto, proprio dall'imputato, presso il casolare nel quale si trovava il D., dove il omissis aprì, con le chiavi in suo possesso, sia il cancello della recinzione esterna che la porta del fienile. Il teste ha, altresì, riferito che acquisì le ulteriori informazioni utili alle indagini con successivi accertamenti da lui svolti presso gli enti preposti ( INPS e Ufficio postale) con riferimento al capo B), dai quali emerse la delega in favore della compagna dell'imputato, omissis, alla riscossione della pensione del D., di cui materialmente riscuoteva il rateo di maggio 2008, in epoca successiva ai fatti, accertati il 30/04/2008. Le altre circostanze che hanno condotto i giudici di merito alla pronuncia di condanna sono state ricostruite e riferite nel corso di altri esami testimoniali; e così S. ha riferito dello sfratto subito dall'imputato che dovette lasciare il precedente appartamento, nel quale coabitava anche con il D.; del nuovo alloggio messo a disposizione dal Comune e della decisione del omissis di dislocare il D. presso il casolare abbandonato; della notizia pervenuta presso l'ufficio dell'assistenza sociale delle condizioni di abbandono in cui era stato relegato il D., donde l'accertamento che diede luogo ai fatti.
2.2. La doglianza difensiva risulta, quindi, del tutto smentita per tabulas, poiché, in nessun momento della sua deposizione, il teste D. ha fatto riferimento a informazioni apprese, nell'immediatezza, dall'imputato, risultando, pertanto, pienamente utilizzabili le dichiarazioni rese in dibattimento dall'ufficiale di polizia giudiziaria. Il divieto di utilizzazione, in sede dibattimentale, delle
dichiarazioni spontanee della persona sottoposta a indagine non riguarda, infatti, il caso in cui sussistano fatti storicamente rilevanti, condotte oggettivamente descrivibili - tenute dall'indagato in presenza di agenti di polizia giudiziaria - le quali ben possono essere descritte dagli operanti durante l'esame dibattimentale con piena utilizzazione, in tale sede, del risultato di tali indagini ( cfr. Sez. 5 n. 7127 del 01/02/2011, Rv. 251947, con riguardo a fattispecie in cui l'indagato aveva accompagnato gli operanti sul posto in cui erano custodite le armi consentendone il rinvenimento). Le argomentazioni sviluppate, sul punto, in ricorso, sono, pertanto, di macroscopica infondatezza e prestano anche il fianco al vizio di a-specificità, non venendo neppure dedotta, dal ricorrente, l'incidenza, sul complessivo compendio indiziario, valutato dai giudici di merito, della eccepita inutilizzabilità, così da potersene inferire la decisività in riferimento alla sentenza impugnata. Secondo l'insegnamento delle Sezioni Unite di questa Corte, infatti, spetta al deducente l' inutilizzabilità esplicitare le ragioni per le quali, detratta la dichiarazione inutilizzabile, la prova della responsabilità verrebbe meno. ( Sez. U. n. 23868 del 23/014/2009, Rv. 243416; Sez. 2 n. 30271 del)'11.5.2017, Rv. 270303; Sez. 2 n. 7986 del 18/11/2016 , Rv. 269218 secondo cui, nel caso in cui, con il ricorso per cassazione, si lamenti la inutilizzabilità di un elemento a carico, il motivo di impugnazione deve illustrare, a pena di inammissibilità per a-specificità, l'incidenza dell'eventuale eliminazione del predetto elemento ai fini della prova di resistenza, in quanto gli elementi di prova acquisiti illegittimamente diventano irrilevanti e ininfluenti se, nonostante la loro espunzione, le residue risultanze risultino insufficienti a giustificare l'identico convincimento; nonché Sez. 3 n. 3207 del 02/10/2014 rv. 262011; Sez. 6 n. 18764 del 05/02/2014, rv. 259452)
3. Anche il secondo motivo è inammissibile, perché tende a una rivalutazione delle risultanze probatorie non consentita nel giudizio di legittimità, oltre a riproporre motivi già declinati nell'atto di appello, e che hanno ricevuto esauriente replica da parte della Corte di merito, la quale ha ricostruito la responsabilità del ricorrente sulla base delle risultanze istruttorie , e, pertanto, la motivazione esposta per giustificare il proprio convincimento non è validamente censurabile in questa sede, in quanto sviluppata con intrinseca coerenza e senza cedimenti logici o contraddizioni manifeste. Compito del giudice di legittimità, infatti, non è quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta nel giudizio di merito, ma solo di verificare la tenuta logica dell'apparato argomentativo che sorregge il provvedimento impugnato ( Sez. U. n. 930/1996, del 13/13/1995, Clarke). Esula, cioè, dai poteri della Corte di Cassazione quello di una rilettura degli elementi di fatto, posti a sostegno della decisione, e non può integrare il vizio di legittimità la mera prospettazíone di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali, il cui apprezzamento è riservato in via esclusiva al giudice di merito (Sez. U. n. 41476 del 25/10/2005, Misiano e poi da Sez. U. n. 6402/1997 , Dessimone, Rv. 207944. )
3.1. E' noto, peraltro, che sono inammissibili i motivi che si limitano a riprodurre le censure dedotte in appello, anche se con aggiunta di espressioni incidentali di censura alla sentenza impugnata, meramente assertive e apodittiche, in assenza di critica argomentata avverso il provvedimento impugnato e l'indicazione delle ragioni della loro decisività rispetto al percorso logico seguito dal giudice di merito (Sez. 5, n. 8700 del 21/01/2013, Rv. 254584). Si è precisato, nella giurisprudenza di legittimità, che il ricorso per cassazione fondato su motivi che ripropongono le medesime ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame, è inammissibile perché trattasi di motivi non specifici. La mancanza di specificità del motivo, invero, deve essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell'impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di a-specificità, conducente, a mente dell'art. 591 cod.proc.pen comma 1 lett. c) all'inammissibilità (Sez. 4 n. 47170 dell'811/2007, Nicosia,; Sez. 4 n. 256/1998, Rv. 210157; Sez. 4 n. 1561/1993, Rv 193046.).
3.2. Nel caso in scrutinio, i giudici del merito hanno ricostruito i fatti e sono pervenuti alla decisione impugnata, riconoscendo la responsabilità dell'imputato sia con riferimento al reato di sequestro di persona - non avendo ritenuto concretamente prospettabile la tesi che si sia trattato di una scelta imposta dalla necessità di contenere la libertà di movimento del D., per salvaguardarne la sua sicurezza, - sia la circonvenzione di incapace, logicamente ricondotta, alla luce di tutte le circostanze del fatto e della comunione di vita esistente tra il omissis e la sua compagna, anche all'imputato. D'altro canto, nella motivazione della sentenza, il giudice di merito non è tenuto a compiere un'analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo invece sufficiente che, anche attraverso una valutazione globale di quelle deduzioni e risultanze, spieghi, in modo logico ed adeguato, le ragioni che hanno determinato il suo convincimento, dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto decisivo, nel qual caso, debbono considerarsi implicitamente disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (Sez. 5, N. 8411/92, RV. 191488); trattasi di principio assolutamente consolidato, avendo trovato autorevole conferma anche nella sentenza Spina delle Sezioni Unite n. 24 del 24/11/1999, Rv. 214793 ( cfr. Sez. 4 n. 47170 dell'8.11.2007).
3.3. La Corte di merito, ha dato adeguatamente conto del proprio convincimento in ordine alla ritenuta colpevolezza dell'imputato con argomentazioni che non risultano in alcun modo scalfite dalle doglianze del ricorrente. La valutazione della Corte, adeguatamente esplicitata in motivazione, appare coerente con le premesse in fatto, sicchè non è riscontrabile la dedotta contraddittorietà né la sentenza impugnata è affetta da illogicità manifesta, in ordine alla quale peraltro, secondo la consolidata ermeneusi di questo Magistero nomofilattico, la mancanza, l'illogicità e la contraddittorietà della motivazione, come vizi denunciabili in sede di legittimità, devono risultare di spessore tale da risultare percepibili íctu ocull, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze, e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purché siano spiegate in modo logico ed adeguato le ragioni del convincimento senza vizi giuridici (in tal senso, conservano validità, e meritano di essere tuttora condivisi, i principi affermati da questa Corte Suprema, Sez. U, sent. n. 24 del 24/11/1999, dep. 16/12/1999, Spina, Rv. 214794; Sez. U, sent. n. 12 del 31/05/2000, dep. 23/06/2000, .Jakani, Rv. 216260; Sez. U,sent. n. 47289 del 24/09/2003, dep. 10/12/2003, Petrella, Rv. 226074). I limiti che presenta nel giudizio di legittimità il sindacato sulla motivazione, si riflettono anche sul controllo in ordine alla valutazione della prova, poiché, diversamente, anziché verificare la correttezza del percorso decisionale dei giudici di merito, alla Corte di Cassazione sarebbe riservato un compito di rivalutazione delle acquisizioni probatorie, sostituendo, ìn ipotesi, all'apprezzamento motivatamente svolto nella sentenza impugnata, una nuova e alternativa valutazione delle risultanze processuali che ineluttabilmente sconfinerebbe in un eccentrico terzo grado di giudizio. Di qui il consolidato insegnamento ( Sez. 6 n. 10951 del 10/03/2006, Rv 2337908; Sez. 5 n. 44914 del 06/10/2009, Basile e altri, Rv. 245103) in forza del quale, alla luce dei precisi confini che circoscrivono , ai sensi dell'art. 606 comma 1 lett. E) cod.proc.pen , il controllo del vizio di motivazione, la Corte non deve stabilire se la decisione di merito proponga la migliore ricostruzione dei fatti, nè deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi, sulla base del testo del provvedimento impugnato, a valutare se la giustificazione propugnata sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento (Sez. 5 n. 4889/2018) Non è, dunque, sindacabile in sede di legittimità, se la motivazione rispetta i canoni della coerenza della logica, la valutazione del giudice di merito al quale spetta il giudizio sulla rilevanza e sull'attendibilità delle fonti di prova, circa i contrasti dichiarativi o la scelta tra diverse versioni e interpretazioni dei fatti ( Sez. 5 n. 51604 del 19/09/2017, D'Ippedico e altro, Rv. 271623; Sez. 2 n. 29480 del 07/02/2017, Cammarata e altro, Rv. 270519).
4. Anche il terzo motivo, che attinge la sentenza impugnata nella parte dedicata al trattamento sanzionatorio, è palesemente inammissibile, come emerge con evidenza dai riferimenti fatti dalla Corte ai numerosi precedenti del omissis e alla particolare odiosità dei reati commessi in danno di un incapace, per escludere, da un lato, la concessione delle attenuanti generiche, e, dall'altro, per condividere la valutazione del primo giudice che ha riconosciuto la recidiva aggravata, facendo leva sui precedenti per violenza da cui il omissis è gravato.
10. Alla declaratoria di inammissibilità segue per legge ( art. 616 cod.proc.pen ) la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché, trattandosi di causa di inammissibilità determinata da profili di colpa emergenti dal ricorso ( sez. 2 n. 35443 del 06/07/2007 Rv 237957), al versamento, in favore della cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo fissare in euro 2000,00
P.Q.M.
Dichiara Inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di euro 2000,00 in favore della Cassa delle Ammende.
Così deciso in Roma, 30 gennaio 2019