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09/06/2019

Minacce e percosse all’anziana madre, episodi di violenza in famiglia e tutele apprestate dall’ordinamento


Nella pronuncia che si riporta, la corte di legittimità ha rigettato il ricorso e dunque confermato la condanna a 3 anni e 5 mesi di reclusione e 1.100 euro di multa nei confronti dell’imputato che aveva minacciato e percosso l’anziana madre al fine di ottenere una somma pari a 100 euro (pur dopo aver saputo che la stessa, per una ragione indipendente dalla sua volontà, non era stata in grado di prelevare la pensione di invalidità del figlio).

La sentenza offre l’opportunità di ricordare che per contrastare il fenomeno dei reati di violenza in famiglia è intervenuto anche il Consiglio Superiore della Magistratura che ha da ultimo emanato (9 maggio 2018) una risoluzione sulle linee guida in tema di organizzazione e buone prassi per la trattazione dei procedimenti relativi a reati di violenza di genere e domestica.

S tratta di misure di adeguamento del sistema giurisdizionale agli standard richiesti dalla normativa sovranazionale.

Nel documento si riconosce, peraltro, che una risposta statuale che ambisca ad essere realmente efficace, in una necessaria ottica preventiva, richiede misure multisettoriali in assenza delle quali lo stesso intervento giudiziale può risultare non definitivo.


Cass. pen. n. 17302/19
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
omissis nato il omissis a omissis
avverso la sentenza del 12/01/2018 della CORTE DI APPELLO DI PALERMO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Piero MESSINI D'AGOSTINI;
udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Delia CARDIA, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 7/4/2016 il Tribunale di Palermo condannava omissis alla pena di quattro anni di reclusione e 1.500 euro di multa per i reati di estorsione, lesione personale e maltrattamenti in famiglia.
In parziale riforma della decisione di primo grado, la Corte di appello di Palermo, con sentenza emessa il 12/1/2018, assolveva l'imputato dal delitto previsto dall'art. 572 cod. pen., per difetto del carattere dell'abitualità, e conseguentemente rideterminava la pena in tre anni e cinque mesi di reclusione e 1.100 euro di multa.
Secondo l'ipotesi accusatoria, recepita dalla Corte territoriale, omissis, in data 3/5/2013, aveva minacciato la propria madre e la figlia, usando violenza nei confronti della prima, cui causava lesioni consistite in vari ematomi, e costringendola a consegnargli la somma di 100 euro.
2. Ha proposto ricorso omissis, a mezzo del proprio difensore, chiedendo l'annullamento della sentenza per violazione della legge penale e vizio motivazionale in ordine all'affermazione di responsabilità.
2.1. In primo luogo, dalla ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito è emerso che la somma in ipotesi estorta non apparteneva alla madre e che l'imputato le aveva chiesto la somma di 100 euro confidando nel prelievo da parte della stessa della pensione di invalidità che gli spettava, non avvenuto a causa di un disguido.
Nel caso di specie nessun danno fu arrecato immediatamente e direttamente al patrimonio di omissis, madre dell'imputata, considerato che la stessa ricevette dalla figlia omissis la somma consegnata all'imputato e che non assunse alcuna obbligazione.
2.2. In secondo luogo, la sentenza impugnata è viziata dall'apodittica asserzione secondo la quale omissis era consapevole della ingiustizia del profitto perseguito, pur a fronte di una pacifica ricostruzione degli accadimenti di segno opposto: a torto od a ragione egli riteneva di chiedere alla madre una somma che gli spettava e la pretesa esercitata in forma violenta al più integrerebbe il delitto di violenza privata o quello previsto dall'art. 393 cod. pen.
Anche l'episodio avvenuto 1'11/6/2013, durante il quale l'imputato aggredì verbalmente la madre, malgrado lo stesso avesse ottenuto la somma richiesta, consente di escludere la sussistenza dell'elemento psicologico del delitto di estorsione, diversamente da quanto ritenuto dal giudice di appello.
2.3. Inoltre, il giudice di appello non motiva in alcun modo in ordine al nesso causale fra il comportamento violento e minaccioso tenuto dall'imputato il 3 maggio 2013, quando, a causa della reazione della madre, dovette allontanarsi da casa, e la consegna dei 100 euro avvenuta il giorno seguente da parte di omissis, che poi intimò al figlio di andarsene.
Peraltro, il 3 maggio la madre e la figlia, dopo l'aggressione subita, si erano recate presso l'abitazione di omissis, sorella del ricorrente, presso la quale quest'ultimo era poi andato il giorno stesso per riaccompagnarle a casa, "come se nulla fosse accaduto”.
2.4. Il ricorrente, infine, censura il principio di diritto implicitamente seguito dalla Corte territoriale, secondo il quale sarebbe sempre configurabile l'estorsione quando l'agente ricorre ad una forza intimidatoria tale da far assumere la coartazione dell'altrui volontà ex se i caratteri dell'ingiustizia.
La difesa richiama l'orientamento giurisprudenziale che ritiene integrata la fattispecie estorsiva solo quando l'agente abbia di mira l'attuazione di una pretesa non tutelabile avanti l'autorità giudiziaria, indipendentemente dal grado della violenza o minaccia esercitata.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso va rigettato perché proposto con motivi infondati.
2. Dalla ricostruzione dei fatti operata giudici di merito, non contestata ed anzi confermata sul punto dal ricorrente, risulta che omissis minacciò e percosse la madre, per ottenere la consegna di 100 euro, pur dopo avere saputo che la stessa, per una ragione indipendente dalla propria volontà, non era stata in grado di prelevare la pensione di invalidità del figlio.
L'imputato, dunque, era ben consapevole di non avere alcun diritto nei confronti della madre, che la pensione non aveva riscosso, quando la minacciò ("voglio cento euro, devi andare a cercarmeli sennò ti brucio"), prima di colpirla con un pugno al volto.
Da questa circostanza consegue l'infondatezza del secondo e del quarto motivo, sulla base del dirimente e corretto rilievo della Corte territoriale, inerente alla "assenza di un diritto (sia pur preteso) tutelabile", indipendentemente dall'ulteriore principio, relativo al grado della violenza esercitata, la cui esattezza viene contestata dalla difesa.
Infatti, secondo la costante giurisprudenza di legittimità, il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni è configurabile solo quando l'agente sia animato dal fine di esercitare un diritto con la coscienza che l'oggetto della pretesa gli possa competere giuridicamente: pur non richiedendosi che si tratti di pretesa fondata, essa non può essere del tutto arbitraria ovvero sfornita di una
possibile base legale (ex plurimis v. Sez. 2, n. 24478 del 08/05/2017, Salute, Rv. 269967; Sez. 2, n. 46288 del 28/06/2016, Musa, Rv. 268362; Sez. 2, n. 8096 del 04/02/2016, Anglisani, Rv. 266203; Sez. 5, n. 2819 del 24/11/2014, dep. 2015, Angelotti, Rv. 263589; Sez. 5, n. 23923 del 16/05/2014, Demattè, Rv. 260584).
Pertanto, ove risulti - come nel caso di specie - che la pretesa creditoria esercitata violentemente sia pretestuosa, si vette nell'ambito del delitto di estorsione in quanto il soggetto agente è consapevole di pretendere ciò che non gli è dovuto.
Privo di pregio, poi, è il primo motivo di ricorso, con il quale si deduce che la madre non avrebbe subito alcun danno, poiché la somma di cento euro le era stata data dalla figlia.
Nel momento in cui omissis consegnò all'imputato detta somma, la stessa era entrata nella sua disponibilità, irrilevante essendo la provenienza del denaro.
Peraltro, nel delitto di estorsione non è neppure necessario che vi sia coincidenza fra la persona minacciata e quella danneggiata, quando sussista - come nel caso di specie - l'idoneità della condotta ad influire sulla volontà di quest'ultima (Sez. 1, n. 25382 del 28/05/2014, Mammoliti, Rv. 262259).
3. Anche il secondo motivo di ricorso non è fondato.
La difesa, infatti, ha ipotizzato una cesura fra la condotta violenta e minacciosa tenuta dall'imputato il 3 maggio 2013 e la consegna della somma avvenuta la mattina del giorno successivo, valorizzando il fatto che la sera omissis era andato a casa della sorella omissis a riprendere la madre e la figlia.
La Corte di appello ha affermato che, al momento della dazione del denaro, la donna era "ancora scossa e fortemente intimidita da quanto subito dal figlio" il giorno precedente.
La motivazione della sentenza risulta adeguata e non illogica né apodittica, in quanto consegue ad una ricostruzione dei fatti, operata già dal primo giudice e richiamata dalla Corte territoriale, che legittima detta conclusione, avuto riguardo a varie circostanze: la estrema gravità della violenza e minaccia; l'effetto intimidatorio provocato nell'anziana madre; il timore della stessa di tornare a dormire in casa propria, cosa che comunque quella sera fece, dopo essersi chiusa in camera con la nipote per evitare che il figlio reiterasse la condotta intimidatoria; le nuove minacce rivolte dall'imputato, subito dopo avere ricevuto il denaro dalla madre, la quale poi gli disse di andarsene a dormire altrove.
6. Al rigetto dell'impugnazione segue ex lege, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso il 13/3/2019.