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24/02/2019

In tema di divieto di discriminazione


Per garantire la parità di trattamento delle persone a prescindere da possibili distinzioni di razza o etnia, il legislatore, in attuazione della direttiva 2000/43/CE, ha emanato, nel 2003, il d.lgs n. 215, recante  formulazione di espressi divieti.
Tale normativa si rivolge a tutti indistintamente e si caratterizza per la peculiare nozione di discriminazione, nelle sue diverse forme (diretta ed indiretta).
Non sono consentiti, trattamenti basati sulla differenza razziale o etnica, che implichino una situazione di sfavore per alcuni soggetti, rispetto ad altri in situazioni analoghe (discriminazione diretta) e di regola non è consentita l'adozione di atti, prassi, criteri, patti o comportamenti, che comportino per i soggetti interessati degli svantaggi rispetto alle altre persone (discriminazione indiretta).
Fra i comportamenti vietati, rientrano anche quelli qualificati come molesti, causa (voluta o meno) di violazioni alla dignità dell'interessato o forieri di situazioni climatiche ostili, intimidatorie, offensive, degradanti, umilianti, comunque negative (art. 2).

La tutela fornita dall'ordinamento con specifico riferimento ad alcune aree quali, l'accesso al lavoro e all'occupazione, l'occupazione e le condizioni di lavoro, l'acceso all'orientamento ed alla formazione, l'affiliazione e l'attività nell'ambito di organizzazioni di lavoratori, la protezione e le prestazioni sociali, l'istruzione, l'assistenza sanitaria e l'accesso a beni e servizi, non riguarda differenze basate sulla nazionalità e fa salvo quanto disposto in applicazione del Testo Unico della disciplina sull'immigrazione e le condizioni dello straniero.

In quest'ultimo testo, sotto la rubrica discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, la disciplina pare distinguersi qualitativamente. Anche attraverso questo disposto si vogliono evitare quelle che genericamente si possono definire delle discriminazioni ma l'oggetto del divieto, il comportamento di un soggetto non meglio identificato nel primo comma, pare specificato in termini diversi e complessi.  
Definita la discriminazione e premesso l'obbligo di evitare ogni comportamento che direttamente o indirettamente, conduca a distinzioni, esclusioni, restrizioni o preferenze, basate sulla razza, il colore della pelle, l'ascendenza, le convinzioni religiose o l'origine (nazionale o etnica)  si conclude con l'illiceità dello scopo prefisso, ovvero l'effetto, di aver agito nella sfera soggettiva altrui, compromettendo il riconoscimento, il godimento, o l'esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali, in condizioni di parità.

Nel comma 2 dell'art. 43 del D.lgs n. 286/98, sono presi in considerazione alcuni comportamenti, individuati anche in ragione di specifiche qualità del soggetto agente, ovvero del possibile soggetto leso, considerati in ogni caso come discriminatori.

Desta qualche riflessione il fatto che, l'ultimo comma del medesimo articolo estenda l'ambito soggettivo della norma di garanzia anche ai cittadini italiani, apolidi, o dell'Unione Europea, per gli atti di xenofobia, razzismo, discriminazione compiuti nei loro confronti.