Post Image
01/06/2019

Danno non patrimoniale: il rapporto affettivo con la nipote deve essere provato


Anche a prescindere da un rapporto di convivenza, ricorda l’organo giudicante, affinché sussistano i presupposti per giungere al risarcimento del danno non patrimoniale conseguente alla perdita di una nipote da parte del nonno, è necessario che sia provato il rapporto affettivo che vi era tra i due.

Nella fattispecie, la questione sottoposta alla corte non ha trovato riscontro positivo in quanto il dedotto vizio di motivazione non sussisteva. Nel caso di specie, in particolare, la Corte d’appello non aveva ritenuto sufficientemente provato un intenso rapporto affettivo tra nonno e nipote essendo stato semplicemente allegati l’appartenenza alla medesima religione ortodossa da parte di entrambi e la frequenza di contatti telefonici.


Cass. civ. n. 12280/19
ORDINANZA
sul ricorso 22923-2017 proposto da: omissis nella qualità di Procuratore Speciale di omissis elettivamente domiciliato in omissis, presso lo studio dell'avvocato omissis, che lo rappresenta e difende;
 - ricorrente -
Contro omissis SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in omissis, presso lo studio dell'avvocato omissis, che la rappresenta e difende;
- controcorrente -
avverso la sentenza n. 837/2017 della Corte D’Appello di Milano depositata il 27/02/2017;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 15/11/2018 dal Consigliere Dott. MARIO CIGNA.
Premesso che: omissis, quale procuratore speciale di omissis, propone ricorso per Cassazione, affidato a due motivi, avverso la sentenza 837/2017, con la quale la Corte d'appello di Milano gli ha rigettato il gravame proposto avverso la sentenza 241/14 del Tribunale di Milano che gli aveva respinto, per mancata prova dell'intensità del vincolo affettivo tra nonno e nipote (non conviventi), la richiesta di risarcimento dei danni subiti in conseguenza del decesso della nipote omissis, di nazionalità rumena, evento avvenuto in esito ad incidente stradale occorso in data 8-2-2009, del quale era stato ritenuto esclusivo responsabile omissis, conducente dell'autovettura (assicurata per la rea con la omissis) sulla quale la nipote era terza trasportata.
Resiste con controricorso la omissis.
Considerato che:
Con il primo motivo il ricorrente, denunziando -ex art. 360 n. 3 e 4 cpc- nullità della sentenza per violazione dell'art. 116 cpc ai sensi dell'art. 132 n. 4 cpc, in relazione agli artt. 2059, 2043, 1223, 2056 e 2727 cc, si duole che la Corte, con motivazione apparente (graficamente data ma logicamente insussistente) e senza considerare che anche la prova presuntiva può essere sufficiente a ritenere provata la sofferenza affettiva del nonno per la perdita della nipote, non gli abbia riconosciuto il danno non patrimoniale dallo stesso subito per la morte della nipote.
Il motivo è inammissibile.
Costituisce consolidato principio di questa Suprema Corte che la mancanza di motivazione, quale causa di nullità per mancanza di un requisito indispensabile della sentenza, si configura "nei casi di radicale carenza di essa, ovvero del suo estrinsecarsi in argomentazioni non idonee a rivelare la "ratio decidendi" (cosiddetta motivazione apparente), o fra di loro logicamente inconciliabili, o comunque perplesse od obiettivamente incomprensibili (Cass. 20112/2009; Cass. sez unite 8053/2014); nella specie la Corte di appello ha espresso le ragioni della adottata decisione, con argomentazioni logicamente conciliabili, non perplesse ed obiettivamente comprensibili; in particolare, invero, con motivazione eccedente rispetto al richiesto minimo costituzionale, dopo avere correttamente chiarito che, anche a prescindere dalla convivenza, l'esistenza di un precedente intenso vincolo affettivo tra nonno e nipote può essere provato in altro modo (conf. Cass. 21230/2016 e 29332/2017), ha poi precisato che, nel caso di specie, l'attore aveva al riguardo solo allegato (e, peraltro, non provato) unicamente l'appartenenza di entrambi alla medesima religione ortodossa e la frequenza tra gli stessi di contatti telefonici; elementi questi dalla Corte ritenuti tuttavia non idonei a considerare provata l'esistenza di un intenso rapporto affettivo tra il nonno omissis e la nipote omissis; al riguardo ha anche ritenuto corretta la decisione del Tribunale di non ammettere la richiesta prova per testi (reiterata anche in appello), atteso che i capitoli di prova, volti a provare da quanto tempo la nipote si trovasse in Italia e se sussistessero ancora rapporti con i familiari in Romania, non contenevano alcun elemento idoneo a provare la particolare intensità del vincolo affettivo tra nonno e nipote. La denunziata violazione di legge è inammissibile in quanto si risolve in una critica, non consentita in questa sede, alla valutazione operata dal Giudice di merito in ordine alla mancanza di prova (implicitamente anche presuntiva) della sussistenza tra nonno e nipote di un intenso vincolo affettivo. Non sussiste, comunque, in particolare, la violazione dell'art. 116 c.p.c. (norma che sancisce il principio della libera valutazione delle prove, salva diversa previsione legale), che, come precisato da Cass. 11892 del 2016 e ribadito da Cass. S. U. 16598/2016, è idonea ad integrare il vizio di cui all'art. 360, n. 4, c.p.c., solo quando (e non è il caso di specie) il giudice di merito disattenda tale principio in assenza di una deroga normativamente prevista, ovvero, all'opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta ad un diverso regime. Né è rispettato il canone fissato da Cass. sez. unite 1785/2018 per la deduzione della violazione in iure dei paradigmi normativi sulle presunzioni semplici, essendosi il ricorrente, anche nel caso in esame, limitato a prospettare una diversa ricostruzione in fatto quale esito dei pretesi ragionamenti presuntivi (v. anche Cass. 17720/2018). Con il secondo motivo il ricorrente, denunziando -ex art. 360 n. 3 e 4 cpc- nullità della sentenza per violazione dell'art. 281 ter cpc ai sensi dell'art. 132 n. 4 cpc, in relazione agli artt. 2059, 2043, 1223, 2056 e 1226 cc, si duole che la Corte, con motivazione apparente, abbia rigettato la formulata richiesta di riformulare i capitoli di prova o disporre d'ufficio la prova testimoniale ex art. 281 ter cpc. Il motivo è inammissibile per violazione dell'art. 366 n. 6 cpc, in quanto omette di riprodurre in ricorso (sia direttamente sia indirettamente) i detti capitoli probatori oggetto di istanza di riformulazione; ne consegue la genericità e, quindi, la mancanza del requisito della specificità, richiesto pure per il motivo di ricorso per Cassazione (conf. da Cass. 4741/2005 a Cass. S.U. 7074/2017, in motivazione); incomprensibile, e come tale inammissibile, è comunque
la denunciata violazione dell'art. 281 ter pc, in ordine al quale, in ogni modo, la Corte, con argomentazioni logicamente conciliabili, non perplesse ed obiettivamente comprensibili, ha evidenziato che l'art. 281 ter cpc deve essere interpretato in modo restrittivo, non potendo supplire il potere ufficioso del Giudice alle carenze delle parti. Alla luce di tali considerazioni, pertanto, il ricorso va dichiarato inammissibile.
Le spese del presente giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.
Ai sensi dell'art. 13, comma 1 quater, dpr 113/2002, poiché il ricorso è stato presentato successivamente al 30-1-2013 ed è stato dichiarato inammissibile, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis del cit. art. 13.
P. Q. M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in curo 3.000,00, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in curo 200,00 ed agli accessori di legge; dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.
Così deciso in Roma in data 15-11-2018