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02/05/2019

Comodato e richiesta di restituzione in caso di "maltrattamenti"


La signora M. risulta proprietaria di un appartamento sovrastante la propria abitazione e lo concede in comodato gratuito precario al figlio ed alla nuora all'atto del loro matrimonio.

I rapporti fra madre e coppia, però, si deteriorano al punto da divenire materia di procedimento penale (violazione di domicilio, lesioni, minacce) e comunque comportano la perdita della pace domestica e della serenità familiare.

M., vedendosi costretta a vivere barricata in casa, agisce in giudizio per ottenere la restituzione dell'immobile dopo aver vanamente rivolto la medesima richiesta direttamente al figlio.

Nell'occasione, il giudice adito ha ritenuto che l'immobile dovesse essere reso.

Si propone lo stralcio della pronuncia rilevante sul punto:

"L’art. 1183 cod. civ., sito nel titolo I capo II libro IV del nostro cod. civ., ossia "Delle obbligazioni", contiene invero il principio generale che sovrintende al "tempo dell’adempimento" in materia appunto di obbligazioni. Si legge ivi: "Se non è determinato il tempo in cui la prestazione deve essere eseguita, il creditore può esigerla immediatamente. Qualora tuttavia, in virtù degli usi o per la natura della prestazione, ovvero per il modo o il luogo dell’esecuzione sia necessario un termine, questo, in mancanza di accordo delle parti è stabilito dal giudice."
 La norma dell’art. 1810 cod. civ. altro non è che una ipotesi specifica di tale principio generale.
 E di esso è sufficiente fare corretta applicazione nel caso concreto per fissare, in mancanza di accordo tra le parti, il momento cronologico di scadenza dell’obbligazione a carico del comodatario di restituzione della cosa, obbligazione - si ribadisce - a termine indeterminato potestativo - rimesso per espressa disposizione di legge alla volontà del comodante.
 E’ senza dubbio il precario infatti la fattispecie aderente alla ricostruzione del concreto rapporto sottoposto all’esame di questo giudicante. Proprio perchè non si può escludere che, all’epoca della concessione in comodato in favore del figlio e della futura nuora, la ricorrente nutrisse l’intento, a livello di riserva mentale, anche di un eventuale futuro atto di liberalità, avente ad oggetto il medesimo immobile, si deve ritenere che in quel momento perseguisse l’obiettivo, ben differente e meno definitivo, della concessione gratuita alla giovane coppia per un uso provvisorio e comunque non preclusivo della libertà di poter disporre del proprio bene qualora avesse cambiato idea, come del resto, è accaduto.
 Ciò è confortato in punto di fatto dalla circostanza che il convenuto, omissis, è stato destinatario di altri veri e propri atti di liberalità (sia in denaro che in immobili) da parte della madre.
 E’ evidente dunque che l’appartamento sito su quello occupato personalmente dalla ricorrente assieme al marito, in tanto fu dalla stessa concesso in comodato in quanto nella sua intenzione era prioritario conservarsene la piena disponibilità sì da poterne rientrare in possesso in qualunque momento, magari per evenienze future di necessità di assistenza, come spesso accade nella vecchiaia.
 Si vuol dire insomma che la non formalizzazione dell’atto di generosità nei confronti del figlio e della futura nuora non è stata casuale e costituisca invece la controprova evidente (come del resto si legge nel ricorso: punto 2) di quanto fosse preordinata, attraverso lo strumento flessibile ed informale del comodato, alla garanzia della permanenza di quei vincoli di affetto, riconoscenza, gratitudine, nonchè di aiuto materiale e morale da parte del figlio e della nuora, e, soprattutto, di quanto lo spirito di compiacenza della concessione gratuita fosse subordinato alla immutabilità di siffatti sentimenti nei congiunti beneficiati.
 Può anche non apprezzarsi moralmente tale atteggiarsi dei rapporti, peraltro molto diffuso nella nostra cultura contadina, dove spesso i genitori conservano la proprietà nelle loro mani fino alla morte, per utilizzarla quasi come arma di ricatto nei confronti dei figli al fine di indurli più facilmente alla dovuta assistenza, ma è certo che non se ne può disconoscere la piena legittimità, potendo ciascuno disporre durante la vita come meglio crede delle proprie sostanze (salvi ovviamente gli effetti della successione necessaria).
 In punto di fatto deve rilevarsi, in ogni caso, come il dato pacifico della violenza, cui nella specie sono giunti i rapporti tra le parti - in realtà, tra la coppia degli anziani genitori e il figlio e maggiormente con la di lui moglie - quand’anche non si volesse aderire alla tesi qui ritenuta del precario, integrerebbe comunque il requisito dell’urgente e impreveduto bisogno del comodante ex art. 1809 comma 2 cod. civ..
 Tale deve ritenersi, infatti il bisogno di sicurezza e di serenità personale dedotto dalla comodante, la necessità cioè di salvaguardare la propria incolumità personale e quella del marito, non altrimenti evitabile stante la contiguità delle abitazioni della famiglia della comodante e dei comodatari.
 Il pericolo di danni gravi alla persona per fatti di percosse, ingiurie, lesioni, se non di peggio, non solo è apparso nella specie altamente probabile, ma si è già concretizzato, tant’è che sono ancora pendenti i relativi procedimenti penali.
 Interpretazione, del resto, che impedisce l’aberrante risultato per cui se la ricorrente avesse donato l’immobile anziché concederlo in comodato, oggi si sarebbe trovata in una situazione meno deteriore in quanto avrebbe potuto agire in revocazione per ingratitudine ex art. 801 cod. civ. "

Trib. Lecce-Maglie, sentenza, 30-01-2009