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02/02/2019

Appunti in tema di misure di protezione (una possibile reazione a botte e violenza)


Attraverso l’art. 3 della legge n. 154 del 4 aprile 2001 (recante misure contro la violenza nelle relazioni familiari) è stata introdotta la possibilità di adottare, da parte dell’organo giudiziario, gli ordini di protezione contro gli abusi familiari.

Nella relazione illustrativa del disegno di legge questi ultimi venivamo introdotti quali istituto di tutela dell’integrità e della libertà fisica e morale di coloro che, nell’ambito familiare, siano fatti oggetto di violenze o di abusi.

Il relativo provvedimento sarebbe finalizzato, secondo quanto stabilito invece da Cass. civ. n. 208 del 5.1.2005, a tutelare non tanto l’interesse individuale quanto l’interesse sociale alla tranquillità delle famiglie.

Presupposto della pronuncia che li dispone è una condotta che sia causa di grave pregiudizio per l’integrità fisica, morale o alla libertà del coniuge o del convivente (ma anche di altro componente del nucleo familiare) ed il contenuto si sostanzia in un ordine - dato a colui che ha tenuto tale comportamento -, rispettivamente di: cessazione della denunziata condotta, allontanamento dalla casa familiare, rispettare eventuali prescrizioni di non avvicinamento a determinati luoghi.

L’autorità preposta può, inoltre, disporre l’intervento dei servizi sociali territoriali, centri di mediazione familiare, alcune associazioni e la corresponsione di un assegno periodico a favore delle persone rimaste prive di mezzi adeguati per effetto del provvedimento.

Il grave pregiudizio a causa della condotta

La condotta integrante l’abuso che legittima l’adozione di una misura di protezione non risulta essere stata tipizzata dal legislatore, il quale ha ritenuto rilevante, piuttosto che una condotta in sé considerata, l’esistenza di un pregiudizio grave all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà patito da un familiare convivente ed imputabile, in termini causali, alla condotta dell’altro (così Tribunale di Bari 28.7.2004).

Sin dalle prime applicazioni della relativa normativa (art. 342 bis, 342 ter c.c. e 736 bis c.p.c.) si è ravvisata la necessità di emanare tali provvedimenti nelle ipotesi in cui la complessiva condotta si era concretata in violente aggressioni verbali e minacce con lesione concreta (ed attuale) dell’integrità morale e della libertà del coniuge ricorrente.

“Nella misura in cui il primo non soltanto mette continuamente a repentaglio la sicurezza personale della seconda, ma le impone di tollerare la sua presenza in casa (sulla quale, peraltro, egli non vanta alcun diritto, né reale né personale di godimento, trattandosi di immobile dell’Iacp assegnato alla ricorrente) e le impedisce, di fatto, di realizzare la scelta insindacabile (e comunque sostenuta da ragioni serie ed obiettive) di porre fine alla convivenza”. (Tribunale di Bari Ordinanza 11.12.2001)

Anche un grave pregiudizio alla sola integrità fisica, seppure alla luce di due precedenti episodi verosimilmente riconducibili alla condotta del coniuge dell’istante, sono stati, dal Tribunale di Firenze (Ordinanza del 24.5.2002), ritenuti sufficienti per l’emanazione dell’ordine di protezione.

La condotta, causa di grave pregiudizio, è stata ravvista altresì nell’ipotesi in cui si è ritenuta sussistente la prova di un episodio di lesioni in danno alla ricorrente da parte del marito (il quale aveva comportato un trauma distrattivo del rachide) in circostanze che denotavano una situazione di reiterazione del pericolo lamentato (Tribunale di Firenze Decreto 15.7.2002).

Diversamente, l’ordine di allontanamento non è stato concesso laddove si è riscontrata (semplicemente) una reciproca incomunicabilità ed intolleranza tra soggetti conviventi.

“Non può essere concesso l’ordine di allontanamento in presenza di una reciproca incomunicabilità ed intolleranza tra soggetti conviventi, di cui ciascuna delle parti imputa all’altra la responsabilità, quante volte i litigi, ancorché aspri nei toni, non siano stati aggravati da violenze fisiche o minacce in danno del ricorrente o non si siano tradotti in un vulnus alla dignità dell’individuo di entità non comune”. (Tribunale di Bari Decreto 28.7.2004).
Considerazioni simili sono rinvenibili anche nel decreto del Tribunale di Bari in cui si è peraltro ritenuto che

“le esigenze di protezione dell’habitat e del sistema di vita di una ragazzina di 17 anni e di uno di 10 non possono considerarsi recessive di fronte a quelle dell’anziana ricorrente”.

La convivenza è un presupposto imprescindibile ?

La ratio della norma (Trib. Firenze 15.7.2002 cit.) non sarebbe tanto quella di interrompere situazioni di convivenza turbata quanto, piuttosto, quella di impedire il protrarsi dei menzionati comportamenti violenti in ambito familiare e, pertanto, è stata ritenuta sufficiente la mera frequentazione dell’abitazione coniugale con possibilità di accesso e mantenimento, nel medesimo luogo, della residenza.

Si ritiene d’altra parte che non sia possibile richiedere l’ordine di protezione nei confronti di chi sia legato da rapporti di parentela o di relazione affettiva con l’offeso ma che con esso non coabiti.

Non sembra fare eccezione a quanto affermato la pronuncia del Tribunale di Padova del 31.5.2006 in cui si è ritenuto il permanere del requisito della convivenza in un caso di conflittualità tra fratelli (conviventi) pur essendoci stato un momentaneo allontanamento da casa da parte dell’istante

“provocato dal profondo timore di subire violenza fisica dal congiunto, mantenendo peraltro nell’abitazione familiare il centro degli interessi materiali ed affettivi”.