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22/03/2020

Appunti in tema di abbandono di incapaci


Riprendo in mano il manuale usato ai tempi dell'università e leggo che l'abbandono (di persone incapaci) è collocato fra i delitti contro la vita e l’incolumità individuale e
si compie nei confronti di una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o altra causa della quale si abbia la custodia o il dovere di cura.

L’abbandono rileva, per la fattispecie, qualora si violi uno specifico dovere di custodia o di cura dove  con custodia ci si riferisce al singolo e preciso dovere di sorveglianza - la quale presuppone un potere di controllo diretto ed immediato e la cura è una espressione riassuntiva che comprende tutte le prestazioni e cautele complessive.

Si tratta di un reato proprio in quanto realizzabile da soggetti dotati di determinata qualifica ovvero “versanti in una peculiare relazione con il soggetto passivo”.

L’abbandono consiste nel lasciare la persona in balia di se stesso o di un terzo non in grado di provvedere adeguatamente, in modo che ne derivi un pericolo per la vita o l’incolumità della persona medesima.

“Il necessario abbandono è integrato da qualunque azione od omissione contrastante con il dovere giuridico di cura - o custodia - che grava sul soggetto agente e da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o per l’incolumità del soggetto passivo”.

“Risponde pertanto del delitto in questione il soggetto che, pur non allontanandosi dal soggetto passivo, ometta di far intervenire persone idonee ad evitare il pericolo stesso” - Cass. pen. 10994/13 -.

Il pericolo è la probabilità non irrilevante di un danno e, se non si verifica, il delitto deve escludersi per difetto di offesa dell’interesse tutelato e la condotta può essere sia positiva che negativa.

Non è necessaria la scienza del pericolo ma il dolo, generico, esige la coscienza del pericolo inerente all’abbandono stesso.


Casistica.
Il dovere di custodia o di cura, rispettivamente:

DELLE FORZE DELL’ORDINE

Due agenti della polizia sono stati condannati poiché, intervenuti per superare la situazione di pericolosità - una donna piuttosto anziana vagava, a piedi, all’interno dell’autostrada - abbandonavano la persona offesa,

“all’evidenza disorientata e in stato di difficoltà determinata da mancata conoscenza della lingua italiana e dall’età avanzata, in una situazione ambientale di sicuro pericolo” - Cass. pen. 19448/16 -.

poco distante dall’area di servizio, in una strada di campagna che giungeva nei pressi della città.

La donna veniva successivamente trovata cadavere a poche centinaia di metri.

IN CASA DI RIPOSO/CLINICA

In Cass. pen. 35814/15 in cui la persona offesa, successivamente deceduta, prima di fuggire si trovava ricoverata in osservazione in una struttura c.d. aperta a seguito di TSO e l’imputata, medico, era la responsabile del reparto di psichiatria si è specificato, che

“Chiunque sia la persona che, anche semplicemente di fatto, si trova a dover garantire l’incolumità fisica e/o psichica di un incapace, non può abbandonarlo, vale a dire non può cessare di esercitare la doverosa sorveglianza”.

Nella fattispecie, si è ravvisata l’omissione consapevole di misure necessarie.

DEL MEDICO

Chiamati dal gestore di un esercizio pubblico per prendersi cura di un amico che si era presentato da lui in evidente stato di ebbrezza, sino a cadere, un medico ed un membro del 118, dopo averlo visitato, oltre che tentato invano di svegliarlo sono stati accusati di abbandono, omettendo altresì di rilevare una escoriazione del cuoio capelluto.

L’ipotetica persona offesa veniva portata solo il giorno seguente, privo di sensi, al pronto soccorso.

Il medico intervenuto in prima battuta non è stato ritenuto colpevole di abbandono in quanto si presentava

“corretta la scelta di lasciare il paziente in condizioni di sicurezza e possibilità di osservazione da parte di terzi, anche in ambiente non ospedaliero”.

DI CONIUGI/CONVIVENTE MORE UXORIO

In Cass. pen. n. 12644/16, a seguito di valutazione circa la sussistenza di eventuali violazioni di legge nel giudizio relativo alla condotta di soggetto rimasto inerte nonostante fosse a conoscenza delle pessime condizioni di salute della moglie, successivamente ritrovata cadavere nell’appartamento in cui vivevano si è statuito che

“l’oggettività giuridica del delitto di cui al 591 c.p. consiste proprio nella violazione di un rapporto di custodia o di cura, ossia di un dovere di assistenza”

ed inoltre che

“il dovere di cura, nel caso in esame, risultava imposto dalle norme civilistiche che regolano i rapporti di famiglia con particolare riferimento a quelle relative ai doveri reciproci di assistenza dei coniugi di cui all’art. 143 c.c. “.

Già in Cass. pen. 7003/95 in cui una donna rifiutava di accogliere in casa il marito dimesso dall’ospedale, marito che era d’altra parte accompagnato dal fratello e da un amico, di talchè l’uomo, ammalato, veniva ricoverato presso la madre disposta a farlo, si precisava che

“Oggetto della tutela, a differenza che nell’art. 570 c.p. (…), non è il rispetto dell'obbligo legale di assistenza di per se stesso, bensì il pericolo per l'incolumità fisica, dipendente dal suo inadempimento. Perciò non si ravvisa abbandono di incapace o di minore se l'agente non l'abbia già in custodia o in cura, cui altri provvedano attualmente, per quanto possa esservi legalmente tenuto, e penalmente perseguibile per questa ragione”.

Diversamente, in Cass. pen. sez. V, n. 2149/14, considerato che l’interesse giuridico tutelato dalla norma sia violato anche quando l’abbandono sia solo relativo o parziale, purché ricorra la situazione di pericolo, si è condannata, una donna, coniuge e convivente della persona offesa incapace di provvedere a se stessa della quale aveva la custodia, che si era allontanata per diverso tempo dal luogo in cui viveva.

L’uomo veniva accudito nell’immediatezza dai vicini di casa.

La legge n. 76/16 dispone che:

“Dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione”, art. 1 co. 11

“In caso di malattia o di ricovero, i conviventi di fatto hanno diritto reciproco di visita, di assistenza (…)” art. 1 co. 39.

In tema di unioni more uxorio, diversamente, si era già ritenuta la possibilità di riconoscere nel contegno del convivente imputato la violazione dell’obbligo solidaristico di assistenza e cura - C. Assise d’Appello di Milano, sez. I, d.d. 9.7.09.

La norma prevede, inoltre, l’aumento delle pene ove il fatto sia commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore, dal coniuge ovvero dall’adottante e dall’adottato - art. 591 co. 4 -.

DEL FIGLIO/A

In Cass. pen. sez. V, n. 44089/16 in cui una figlia, imputata, deduceva che non gravava su di lei l’obbligo di assistenza in quanto il padre non era affidato alla sua custodia si osservava che correttamente il giudice aveva ritenuto sussistente

“Un dovere giuridico oltre che morale, di cura, tramite una corretta interpretazione sistematica delle norme costituzionali”

che inquadrano il rapporto de quo fra le formazioni sociali ove si svolge la personalità dei singoli e l’adempimento dei doveri di solidarietà sociale, oltre all’obbligo di cui all’art 433 c.c., che si fa dovere stringente in caso di incapacità e bisogno.

Si riporta, inoltre, che:

A completamento sono state citate le norme sull’amministrazione di sostegno “dirette ai figli per l’attivazione di meccanismi giuridici di protezione dei genitori non autonomi”.

In Cass. pen., sez. V, n. 1113/13 per la sussistenza dell’obbligo giuridico, presupposto per l’imputazione della condotta contemplata nella norma de qua, si è ritenuto sufficiente il rapporto parentale - figlia - ed il fatto che quest’ultima si era fatta carico dell’incapacità della madre, riconoscendone la necessità di cura e di custodia ed ospitandola a nella sua casa.

La donna veniva però ritrovata dalla polizia giudiziaria sola ed incapace di provvedere a se stessa data la impossibilità di deambulazione, “in balia di se stessa, semi svestita, cateterizzata, circondata di immondizie e di escrementi”.

La situazione di pericolo veniva ravvisata nelle condizioni igieniche talmente compromesse

“da far prevedere che una iniziativa volta a reagire l’avrebbe contestualmente esposta al rischio di rovinosi effetti”.

DELL’AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO

In Cass. pen. n. 7974/16, la questione posta era inerente all’ipotetico abbandono, da parte dell’amministratore di sostegno, della persona incapace, poiché ometteva di accudirla per un fine settimana, finché non veniva soccorsa dai vigili del fuoco e dal personale del 118.

Ritenuto, d’altra parte, che:

Risponde del reato de quo  “il soggetto che, pur non allontanandosi dal soggetto passivo, ometta di far intervenire persone idonee ad evitare il pericolo stesso”.

Si è concluso che:

“Di per sè, l’amministratore di sostegno non assume una posizione di garanzia rispetto ai beni della vita e l’incolumità individuale del soggetto incapace” e che “in mancanza di qualsiasi richiamo del giudice tutelare debba escludersi la posizione di garanzia”.